di Carlo de Sanctis

I patti parasociali, tradizionalmente definiti dalla Suprema Corte come quelle «convenzioni con cui i soci od alcuni di essi attuano un regolamento di rapporti – non opponibile alla società – difforme o complementare rispetto a quello previsto dall’atto costitutivo o dallo statuto della società stessa» (Cass., 23 aprile 1969, n. 1290), a lungo ritenuti contrari alla legge e affetti da nullità in quanto non funzionali al perseguimento di interessi meritevoli di tutela (ex alia, Cass., 20 settembre 1995, n. 9975), trovano oggi la loro disciplina positiva agli artt. 2341-bis e 2341-ter del codice di rito, introdotti nel nostro ordinamento in occasione della riforma del diritto societario di cui al d.lgs. n. 6/2003, rispettivamente rubricati «Patti parasociali» e «Pubblicità dei patti parasociali». Non si tratta, peraltro, di una regolamentazione organica e completa del fenomeno, il legislatore della riforma essendosi limitato a individuare genericamente gli accordi ritenuti rilevanti in ragione della finalità perseguita e a disciplinarne solo alcuni aspetti peculiari, senza offrire neppure una definizione compiuta di tali «convenzioni».

I patti parasociali, pur potendo riguardare e regolamentare i più diversi aspetti legati alla partecipazione sociale (: espressione del voto, composizione degli organi sociali, modalità di gestione, circolazione delle partecipazioni, superamento di eventuali situazioni di stallo decisionale, etc.), sono caratterizzati dalla loro alterità rispetto al contratto sociale essendo destinati a operare «su di un terreno esterno a quello dell’organizzazione sociale» (Cass., 23 novembre 2001, n. 14865). Tale accordo, in altre parole, riveste carattere obbligatorio ed extra sociale, così vincolando esclusivamente chi lo ha sottoscritto senza che i propri effetti possano estendersi nei confronti degli altri soci e neppure della società. Dall’eventuale violazione del patto non discende dunque, di per sé, l’invalidità/inefficacia delle deliberazioni degli organi sociali, dovendosi piuttosto applicare in tale ipotesi i principi e le norme generali in tema di obbligazioni. In altre parole, l’inadempimento del patto da parte di uno dei suoi sottoscrittori comporta conseguenze meramente risarcitorie nei confronti degli altri paciscenti.

Di recente il tema dei patti parasociali è stato nuovamente affrontato dalla Suprema Corte con particolare riguardo all’individuazione del foro giurisdizionalmente competente in riferimento a una controversia in thema di inadempimento di un patto parasociale relativo a una società con sede all’estero da parte di un paciscente domiciliato in Italia (Cass. SS.UU., 26 novembre 2020, n. 26984). Con l’arresto in discorso – individuato il riferimento normativo del caso nel Regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio del 22 dicembre 2000 dal quale, secondo il Supremo Collegio, si ricava che la «giurisdizione dei giudici dello Stato membro nel cui territorio il convenuto ha il proprio domicilio costituisce […] la regola generale» a cui può derogarsi solo «in casi limitati ed espressamente enumerati» onde evitare «di privare le parti della scelta, che a loro altrimenti spetterebbe, del foro giurisdizionalmente competente, rischiando di condurle dinanzi a un giudice che non è quello del domicilio di alcuna di esse» – le Sezioni Unite hanno ritenuto sussistente, nel caso di specie sopra brevemente riferito, la giurisdizione del giudice italiano in luogo di quello dello Stato membro in cui ha sede la società, riservando alla competenza giurisdizionale di quest’ultimo, ai sensi dell’articolo 22, punto 2, del medesimo Regolamento predetto (norma ritenuta non applicabile al caso in esame in quanto insuscettibile di interpretazione estensiva), le controversie «sulla validità, nullità o scioglimento delle società o persone giuridiche e sulla validità delle decisioni dei rispettivi organi».